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LA GESTIONE FISICA DELL’ATLETA

del 11.10.2017 a cura di "Redazione INBICI"

Come si pratica il massaggio perfetto? La risposta più corretta è sempre “dipende...”

 

 
Come abbiamo già avuto modo di evidenziare in passato, il massaggio o – meglio - il “lavoro manuale” deve essere adattato al massimo alle specifiche esigenze emerse al momento della valutazione. Prima di tutto occorre verificare la fase in cui si trova l’atleta: preparazione, periodo di attività, fine stagione.

Chiariamo subito che per “periodo di attività” intendiamo quel lasso di tempo in cui si vanno ad affrontare le competizioni all’interno del quale si deve salvaguardare al massimo la migliore condizione fisica.

Sottolineo ancora una volta che il nostro adattamento deve tener conto in primis del tipo di disciplina che affronta l’atleta: ciclismo, calcio, sci, maratona… discipline che, sul piano della gestualità, si differenziano enormemente per quanto riguarda la sollecitazione muscolare.

Chiaramente uno stesso gruppo muscolare coinvolto in sport diversi ha caratteristiche morfologiche e fisiologiche che richiedono, quindi, un approccio manuale differente.

Qui parliamo di ciclismo. A seconda del momento in cui si agisce, si adottano strategie diverse: a volte è indicato un lavoro di scarico, in altre quello stimolante, tonico. Quindi nel primo caso verrà interessato prevalentemente il tessuto connettivale – linfatico, mentre nel secondo quello muscolare. Insomma ci si deve adattare alle esigenze dettate sul momento.

  • PRE – GARA     Nell’ultima ora che precede la partenza di una competizione è indicato un lavoro di riscaldamento, cioè quelle manovre che favoriscono un maggior afflusso di sangue al muscolo e, di conseguenza, un aumento di temperatura, fattore importante nell’ottimizzazione dello scivolamento delle fibre muscolari (una gamba fredda gira male…). La pressione deve essere decisa, con manovre di scivolamento rapide ma di breve durata, per non rischiare di stressare troppo il muscolo prima dello sforzo.

 

  • POST – GARA   In questa fase, attraverso manovre di scarico, si ripuliscono i distretti muscolari dalle tossine accumulate durante e dopo lo sforzo. Tali “rifiuti” vengono rilasciati dai diversi momenti metabolici e, più in particolare, durante quello glicolitico che si attiva quando si oltrepassa la famosa soglia aerobica. Si lavora quindi prima sullo strato muscolare per mettere in movimento le tossine che si depositano fra le fibre e poi su quello connettivale per convogliarle, attraverso le vie linfatiche, in direzione dei linfonodi più prossimali. Qui le tecniche sono più di una, ma l’importante è tenere a mente che - per coinvolgere il tessuto muscolare - la mano deve andare a fondo e manovrare l’intero calibro muscolare, mentre nel connettivale si utilizzano pressioni leggere che interessano solo tutto ciò che sta al di sopra del muscolo; quest’ultimo non deve essere chiamato in causa.

Fino a qui è tutto abbastanza semplice e schematico, ma in realtà ci sono parecchie varianti discriminative.

In un post gara ci possiamo trovare di fronte ad una gamba condizionata da una caduta, da temperature estremamente rigide, da un accumulo eccessivo, da esiti di un trauma pregresso… Tutte situazioni che ci possono suggerire di adottare variazioni di manovra più consone e vantaggiose.

Uno dei “difetti” più comuni, segnale indiscusso di affaticamento e criticità del muscolo, è la CONTRATTURA MUSCOLARE. Per comprendere meglio di cosa si tratta a livello anatomico descrivo sinteticamente come è fatto un muscolo e cosa succede.

Il muscolo è composto da tanti fasci di fibre muscolari; ogni singolo fascio è formato, a sua volta, da tante fibre. Tali fibre sono disposte in serie ed in parallelo fra loro (immaginate quando tiriamo fuori dalla confezione un pugno di spaghetti) e scivolano longitudinalmente grazie alla presenza di particolari proteine caratterizzando l’allungamento e l’accorciamento (contrazione )del muscolo. Nel’immagine sottostante, sezione trasversa di un muscolo, si nota chiaramente la disposizione appena descritta.

 

 

 

 

La contrattura, apprezzabile manualmente abbastanza facilmente, è praticamente un blocco, un nodo di un certo numero di fibre che, in un determinato punto del muscolo, riduce il normale slittamento delle fibre stesse diminuendo la capacità contrattile complessiva dell’intero muscolo. Ovviamente le dimensioni di tali anomalie sono proporzionali al numero di fibre interessate. Mentre la consistenza è invece proporzionale all’origine scatenante e all’arco temporale di ”permanenza indisturbata”. Più avanti, descriverò quali possono essere gli approcci a tale difetto.

Sulla base di quanto detto fin’ora vi sottolineo le caratteristiche discriminanti che aumentano sensibilmente le possibilità di successo di un trattamento.

 

 

 

Di questi imperativi, tutti assolutamente essenziali per ottenere ciò che si vuole, invito a particolare attenzione la sensibilità percepita attraverso le mani e l’osservazione di eventuali segnali provenienti dal distretto sul quale si lavora.

 

 

In questo caso, ad esempio, emerge chiaramente una zona cutanea decisamente infiammata che deve essere gestita e rispettata pur continuando il lavoro. Spesso, chi si trova di fronte a situazioni del genere si lascia condizionare interrompendo il trattamento manuale; al contrario, invece, bisogna eliminare tale imprevisto al più presto proprio per non intralciare il piano di trattamento prefissato.

Nelle due foto sottostanti, riguardanti lo stesso caso, si nota la differenza prima e dopo il trattamento esclusivamente manuale focalizzato sul sistema di scarico…

 

                                                                                   PRIMA

 

                                                                                    DOPO

 

 

Qualsiasi atleta, infortunato o no, si rivolge a noi per ottenere sempre un miglioramento rispetto alla condizione precedente. E noi, sfruttando il potenziale più ampio a nostra disposizione, dobbiamo dimostrare attimo dopo attimo che il nostro intervento può soddisfare tale richiesta. La criticità psicologica di un sportivo che crede di dover stare lontano dall’attività per tempi lunghi deve essere abbattuta precocemente per stimolare,invece, la voglia di impegnarsi e guarire.

 

A cura di BRUNO FILIPPI  Copyright © INBICI MAGAZINE             

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